Pubblicato da: occhineri82 | dicembre 9, 2008

Ritrovarsi, nei colori.

 
Domenica, 7 dicembre 2008.


Pesantore invadente, per una mattinata di sole lungo il Po finita con un gran temporale, nella mia testa.


Cerco di scappare, da quel temporale; mi ritrovo prima del previsto sul treno.

Accanto a me un signore che parla senza poter parlare. Mi fa impressione quella voce metallica, ma automaticamente sento spontaneo nascere in me il prendermi cura di lui.

Arrivati a Santhià gli porto la pesante valigia fuori.

Va a trovare la figlia: ha gli occhi felici.

Penso a Cosimo, che non c’è più. La prima persona che ho sentito parlare non potendolo, più, fare, pochi giorni prima di quel suo dire addio.


Un fuori programma mi porta ad Ivrea.

Gente, molta, aria di Natale, luci, bancarelle, stelle di Natale. Pure una pista di pattinaggio sul ghiaccio, animata dalle voci dei bambini, da quelle “ferite” che la lama dei pattini crea al ghiaccio, ma che hanno più il sapore di carezze.

Profumo di vin brulé.

Ed i ricordi mi riportano sempre là, là dove ho lasciato il mio cuore.

Cerco di scacciare quel pensiero, cerco di godermi ciò che lo scorso anno non avevo e che mi è mancato, in questo periodo: il freddo.


Mani in tasca.

Via Palestro termina, la fiumana di persone sfocia nella piazza del Municipio.

Casette in legno, profumo di crêpes, candele di cera d’api, prosciutti e salumi di Norcia.

Guanti, freddo. Le nuvolette che escono dalle bocche delle persone mentre parlano.

Giro l’angolo, mi isolo.


Colori.

Quei colori li riconoscerei fra mille al Mondo.

Mi avvicino, un po’ di più, poco alla volta, quasi con la paura di scoprire d’avere ragione.

Una signora leggermente scura di carnagione sta servendo dei clienti.

Guanti, braccialetti, babbucce.

“Questa signora è ecuadoriana…”, mi dice una voce nella mia testa.

Non sento più niente: né profumi, né suoni.

Mi avvicino, mi affaccio con il viso dentro la porta della casetta: non volevo la barriera del banchetto. Forse sarò insolente, maleducata, invadente.

Non ho il tempo di pensarci: l’ho già fatto.

Aspetto che la signora smetta di elargire prezzi. Aspetto. Chiudo gli occhi e mi lascio invadere da quei profumi di quella lana, di quei manufatti, di quella pelle, da quel suono di una lingua che maggiormente aumenta la dolcezza di quello/gli sguardo/i.


Non ho più pensato a niente.

Ho solo sentito la luce nei miei occhi ri-brillare.


Avevo ragione io: quella signora era ecuadoriana, di Otavalo, un piccolo paese a 100km al nord di Quito. Siamo rimasta a parlare, in spagnolo, in mezzo a persone troppo indaffarate con eventuali regali di Natale.

– “Le deseo lo mejor del Mundo, Señora.”.

– “A ti tambien, que regreses pronto al Ecuador.”.

 

Gli auguri più dolci e teneri e commoventi che potessi ricevere. In tutto questo freddo.

 

Barbara

 

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